SANTUARIO
BEATA VERGINE MARIA DELLE GRAZIE

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ALTRI SANTUARI MANTOVANI











MANTOVA BEATA VERGINE MARIA INCORONATA IN CATTEDRALE







La Madonna dei voti
(articolo tratto dalla rivista
della "Società di Palazzo Ducale", Anno II, N. 205, Dicembre 1994)











Il Santuario, voluto dalla famiglia dei Gonzaga, è stato disegnato da Leon Battista Alberti e realizzato dal discepolo Luca Fancelli nel 1460. E' collegato da un corridoio alla Cattedrale precedente quella attuale, costruita da Giulio Romano e terminata nel 1594. Vi si venera un'immagine di Maria con in braccio il Bambino Gesù, risalente al 1000 circa, anche se dell'immagine originaria rimane poco. Chiamata anticamente S.Maria dei Voti, oggi è l'incoronata. Il titolo le è stato attribuito nel 1630, quando venne costruita davanti a quest'immagine una Madonna vestita con gli abiti delle dame di corte Gonzaga. La solenne incoronazione infatti fu promossa dalla principessa Maria Gonzaga che, mentre incombeva il pericolo della rottura degli argini del Po,  pose sotto la specialissima protezione di Maria i suoi Stati di Mantova e del Monferrato.

La cappella dell'Incoronata è di sitle romanico, con volta decorata con otto medaglioni a fresco di Scuola mantegnesca, con archi rotondi non interrotti da cornici o capitelli. Alle pareti frammenti di affreschi di Scuola di Giulio Romano, una tela di Battista del Moro raffigurante S. Maria Maddalena e affreschi del '600 attribuiti all'Andreasino. Uno raffigura la Pentecoste (Maria tra gli Apostoli), un altro il transito di Maria. Annesse alla Cappella, all'ingresso, due cappelline laterali in cui si conservano, visibili al pubblico, i corpi di sei Santi mantovani. L'incoronazione avvenne con singolare solennità il 28 novembre 1640.


Solitamente chiamata cappella, di fatto è una chiesa distinta dal duomo, nata come Santa Maria dei Voti e oggi Santuario della Beata Vergine Maria, Incoronata Regina di Mantova. La storia del sito risale per tradizione a Sant'Anselmo, cui la Vergine avrebbe promesso protezione per la città, parlandogli da un'immagine affrescata lungo il corridoio tra la cattedrale dedicata a San Pietro e la parallela chiesa di San Paolo. A partire dal 1477 si sparse la voce che davanti a quell'immagine si ottenessero miracoli: cominciarono allora ad affluire cospicue offerte votive (di qui il nome di Santa Maria dei Voti), incrementate nel 1481 in occasione di una disputa teologica svoltasi alla presenza del marchese Federico I e del popolo. Il francescano, poi beato, Bernardino da Feltre e il domenicano, poi generale dell'Ordine, Vincenzo Bandello disputarono sul tema dell'immacolata concezione di Maria; la giuria decretò la vittoria di Bernardino, difensore del privilegio, e la decisione fu densa di conseguenze: tra le altre, il papa Sisto IV emise una bolla a sostegno del futuro dogma, e in sede locale fu deciso di costruire una chiesa in onore della Vergine. Con le offerte pervenute, la chiesa fu subito avviata nell'area dell'antica immagine, anche per valorizzarla con una più degna collocazione, e ne fu dato incarico all'architetto di corte, il toscano Luca Fancelli.
Il suo progetto può essere interpretato così: la sagrestia della cattedrale, esistente da circa mezzo secolo, doveva essere intesa come la navata di un nuovo tempio, di cui egli edificò il transetto con la breve abside in cui si trovava - proprio di fronte alla navata - l'immagine da onorare. Ma la parete di comunicazione tra il vecchio e il nuovo ambiente non fu abbattuta; il vecchio rimase sagrestia e il nuovo, spostata la sacra immagine a capo di quello che doveva essere il braccio destro del transetto, divenne la nuova chiesa mariana, con accesso dal duomo attraverso il tratto superstite del corridoio. Successivamente è invece la cappellina di sinistra, aperta nell'area della scomparsa chiesa di San Michele (ne restano tracce nell'adiacente seminario) voluta da Matilde di Canossa come mausoleo per il padre, il marchese Bonifacio. Del 1640 è un episodio che mutò nome alla chiesa. Dopo il saccheggio e la peste del 1630, che avevano prostrato la città e il suo territorio, la principessa Maria Gonzaga, reggente del ducato, volle affidare se stessa, la dinastia e lo stato alla protezione della Vergine: fatta eseguire un'immagine mobile omologa di Santa Maria dei Voti, dispose che fosse portata in processione per le vie della città e solennemente incoronata, nella Basilica di Sant' Andrea, come Regina di Mantova. Da allora la chiesa e l'immagine affrescata di Santa Maria dei Voti furono denominate dell'Incoronata, e ne fu fissata la festa annuale la prima domenica dopo San Martino (cioè dopo l'11 novembre). In questa occasione, ma anche durante il mese di maggio tradizionalmente dedicato alla devozione mariana, in duomo viene esposta l'immagine mobile dell'Incoronata, rivestita di sontuosi abiti seicenteschi. L'anno 1840, secondo centenario dell'incoronazione, la chiesa fu sottoposta a un consistente intervento anche strutturale, in particolare nella cupola. Fu aggiunta allora la cappellina di destra, nella quale, insieme con quella di fronte, fu data conveniente collocazione ai corpi dei santi traslati nella cattedrale da chiese soppresse. La cappellina della Santa Croce prende il nome dal simbolo cristiano per eccellenza collocato in evidenza sull'altare , al di sopra di un gentile affresco raffigurante la Madonna col Bambino e San Leonardo. L'affresco reca la data 1482: risale pertanto alle origini del Santuario. Sotto la mensa dell'altare è il corpo del beato Giacomo Benfatti, teologo domenicano, professore all'università di Parigi, vescovo di Mantova nel delicato periodo di trapasso dalla signoria dei Bonacolsi a quella dei Gonzaga. Festa, il 19 novembre. Per volontà del vescovo Corti, il beato porta la stola di Don Enrico Tazzoli, il capofila dei martiri di Belfiore, che si era attivamente interessato ai lavori del 1840. Nall'urna alla parete sinistra sono i resti del beato Marco Marconi °(1480-1510), religioso nel convento dei Girolamini che sorgeva nell'area del Migliaretto; festa, il 21 febbraio. Nell'urna di contro, sormontata da un'immagine devozionale modellata nel 1950 da mons. Luigi Bosio (cui si deve anche quella del Beato Marco), i resti della terziaria domenicana Caterina Carreri, cui la tradizione dà il titolo di Venerabile. La cappellina di fronte è denominata di San Celestino o anche del beato Giovanni Bono, i cui resti sono sotto la mensa dell'altare. Giovanni, nato a Mantova nel 1168, fino ai quarant'anni condusse una vita sregolata e vagabonda come giullare; convertitosi, si ritirò in eremitaggio presso Cesena, per trasferirsi a Mantova in prossimità della morte, avvenuta nel 1249. Appunto nel suo pio transito lo raffigura, davanti alla Madonna col Bambino, San Celestino e altri santi, la pala dell'altare, eseguita nel primo Ottocento dal mantovano Antonio Ruggeri. La festa di questo beato cade il 16 ottobre. Le urne laterali accolgono i corpi di due beati carmelitani, vissuti quasi contemporaneamente nel convento di via Pomponazzo, e accomunati anche nella festa, il 5 dicembre. Sono Bartolomeo Fanti e Battista Spagnoli. Il primo, morto nel 1425, si prodigò nel diffondere il culto eucaristico e la devozione alla Madonna. Il secondo (1447-1516), più che per le indiscusse virtù è noto come umanista e poeta latino: in questa veste ebbe per tutto il secolo XVI fama europea; chiamato "il Mantovano" per eccellenza, fu amico dei maggiori letterati italiani; Erasmo da Rotterdam lo definì "il Virgilio cristiano" e alcuni suoi versi furono citati anche da Shakespeare. Sopra l'altare centrale, come incorniciata da un'ancona lignea del 1840 in cui si custodiscono numerose reliquie, è l'immagine originaria della Madonna col Bambino, che fa di questa chiesa uno dei santuari mariani della diocesi. L'immagine, a fresco, è stata oggetto di ripetuti e non sempre felici interventi di restauro, sicché appare oggi di difficile datazione; in base allo schema compositivo, che presenta particolari ancora riferibili alla pittura bizantina, si potrebbe ipotizzare un'origine duecentesca. Per un certo periodo e sino al 1840 la sacra immagine fu coperta, all'uso orientale, da una lamina in metalli preziosi che lasciava scoperti soltanto i volti; peraltro l'immagine stessa era visibile solo in rare occasioni, essendo nascosta, insieme con il reliquiario circostante, dietro un grande velario, commissionato dal venerabile a Francesco Borgani e raffiguarnte la Santissima Trinità con la Madonna, cui Sant'Anselmo raccomanda la città di Mantova. La tela è perduta; ma forse ne è rimasta traccia in una stampa ottocentesca. A destra dell'altare cenotafio con ritratto del vescovo del risorgimento, Giovanni Corti, opera del mantovano Pasquale Miglioretti; a terra, sepolcro di eleonora d'Austria, sposa del duca Guglielmo Gonzaga, con i resti qui traslati dalla chiesa della Trinità. Nella volta sopra l'altare e alle pareti laterali, tre affreschi del Ghisi e dell'Andreasino, eseguiti al tempo di quelli in cattedrale e raffiguranti tre scene relative alla Vergine: la Pentecoste, il suo Transito e l'Assunzione al cielo. Sotto il Transito, a lato della porta è la nera lastra sepolcrale del marchese Bonifacio, padre di Matilde di Canossa. (Mons. Roberto Brunelli)




BUSCOLDO (CURTATONE) BEATA VERGINE MARIA DEL BUON CONSIGLIO



Poco fuori dal paese sulla vecchia strada per Mantova si incontra il santuario dedicato alla Beata Vergine Madre del Buon Consiglio.
La costruzione della chiesa è legata ad un fatto straordinario accaduto nel 1746.

Sul muro di una delle tante torri che costellavano la linea difensiva del Serraglio vi era dipinta un'Immagine di Maria Vergine, detta "della Torre", cui i Buscoldesi dedicavano particolare devozione. Il 28 agosto, domenica, 1746 in presenza di una devastante mortalità del bestiame, unica ricchezza di tanta popolazione, molti si recano ad attingere acqua nel fosso dirimpetto all'Immagine di Maria ed il bestiame guarisce "ed altresì molte persone inferme guarire dalle loro indisposizioni".

E' un gran accorrere di gente proveniente anche da lontano " venuti a piedi, a cavallo, con carri e anche vascelli" per prendere l' acqua miracolosa. L'anno seguente, come dice la lapide murata nella chiesa, viene eretto un "sacellum" per riparare dalle intemperie l' Immagine dipinta sul muro e accogliere qualche devoto in preghiera.








Nel 1796 la torre dove è dipinta l'Immagine della Madonna viene donata dalle Monache Agostiniane alla parrocchia di Buscoldo ed il parroco don Giuseppe Tirelli chiede alle autorità austriache il permesso di costruire una chiesetta; questa è terminata nel 1804 ed è congiunta con un voltone che scavalca la strada fino al pozzo.

Nel 1938 la chiesetta versa in pessimo stato ed il parroco don Luigi Placchi si accinge ad un restauro radicale su progettazione dell' Ing. Guido Dall' Aglio.
E' ancora vivo nella memoria di molti buscoldesi il ricordo delle "Visitatio Mariae"del 1954-55 e del 1988 quando l'Immagine della Madonna veniva portata nelle case dei buscoldesi e le famiglie si consacravano al S. Cuore Immacolato di Maria.



Ancora adesso è molto sentito il legame dei buscoldesi con La Madonnina ed il Signore solo sa quale abbondanza di grazie, per intercessione della Madonna, ha concesso a quanti si sono rivolti e si rivolgono a Lei.

I.B.






CASTIGLIONE DELLE STIVIERE 
MADONNA DELLA ROSA O GHISIOLA


Il santuario della Madonna della Rosa sorge nelle valli collinari e paesaggistiche del paese di Castiglione delle Stiviere, località della provincia di Mantova ricca di storia e di altri edifici religiosi di elevata importanza.
Si trova in località Ghisiola, per questo i cittadini l’hanno ribattezzata con il nome di chiesa della Ghisiola, derivante da chiesuola termine dialettale del mantovano.
È una chiesa antica quella della Madonna della Rosa, risalente al 1450. La parte originale infatti si ricollega a questo spazio temporale e si caratterizza dalla piccola chiesa che ha solamente l’area presbiteriale e un altare nel quale fino a poco tempo fa vi si onorava la “Madonna con Bambino” di periodo gotico.
Il completamento avvenne nel 1600, grazie all’allungamento della navata avvenuto nel secolo precedente, la realizzazione della cupola, del campanile e di due abitazioni laterali.







Molti sono gli affreschi presenti al suo interno rinvenuti grazie al restauro messo in atto negli anni 70 e 80 del 1900. Questi, insieme all’ambiente esterno circostante alla chiesa, sono richiamo di spiritualità e di riflessione per molti dei fedeli che si recano sul luogo per pregare e per dare un saluto al Signore e a Maria.





CASTIGLIONE DELLE STIVIERE SANTUARIO DI SAN LUIGI GONZAGA






Il Santuario di S.Luigi Gonzaga, sorge sull’area prospiciente la rocca gonzaghesca donata alla Compagnia di Gesù dal fratello del santo, il marchese Francesco.
Fu con questo marchese, succeduto a Rodolfo, che il marchesato vide il suo maggior momento di splendore artistico, culturale e spirituale grazie alle nuove costruzioni e all’arrivo del nuovo Istituto Religioso. Egli volle chiamare nella città i padri gesuiti per una qualificata formazione della gioventù e per avere un memoriale vivente del fratello santo, pure lui gesuita.
Quello che oggi è il Santuario nacque nel 1608 con la costruzione della Chiesa e dell’attiguo Collegio per i ragazzi. Contemporaneamente, a 200 metri di distanza, le tre Nipoti di S.Luigi - Cinzia, Olimpia e Gridonia - in collaborazione con i padri gesuiti dettero vita al Nobile Collegio delle Vergini di Gesù per l’educazione delle ragazze di buona società.
Così attorno a quello che attualmente è il Santuario, si trovava un polo educativo di eccellenza e un centro di irradiazione spirituale e culturale. Quello che oggi chiamiamo il Santuario, comprendeva il Collegio dei Gesuiti, la Chiesa e, in mezzo, un ampio corridoio o galleria di accesso ad entrambi.
Il Collegio dei Gesuiti nel 1980 è diventato sede del Municipio della città, la galleria o corridoio è diventata nel 2006 la Sala don Rinaldo e la Chiesa, con l’arrivo della Reliquia del Santo nel 1610 divenne Santuario; nel 1968 fu elevata a Basilica minore da papa Paolo VI.
Attualmente il Santuario di San Luigi è formato dalla Basilica, dalla sacrestia settecentesca, dalla Sala don Rinaldo, da due piccoli giardini e dalla casa rettoriale.

Per ulteriori informazioni cliccate qui:
Santuario S. Luigi Gonzaga




CAVRIANA
PIEVE DELLA BEATA VERGINE MARIA


La pieve di S. Maria sorge poco discosta dall’attuale centro abitato di Cavriana, su una piccola propaggine collinare delimitante la pianura mantovana. Attualmente il tempio è dedicato alla Madonna Immacolata. Scarse e incerte sono le informazioni sulle origini di questo monumento. Secondo gli studiosi, la pieve veniva iniziata nell'anno 1195, ma la documentazione permette di anticipare le date per l’esistenza di un edificio di culto con fonte battesimale e già denominato pieve (diploma di Corrado II dell’anno 1037, in cui compare la dicitura “pieve di Capriana”). Altri documenti, sempre dello stesso secolo, elencano, tra i luoghi sottoposti alla giurisdizione del vescovo di Mantova, anche la pieve di Cavriana (documenti del 1045 e del 1055, in cui l’imperatore Enrico III precisa che la chiesa è fra i possedimenti privati del vescovo di Mantova). Secondo altre ipotesi, questa primitiva chiesa sarebbe stata edificata dai monaci della potente abbazia di S. Benedetto di Leno, proprietari di una corte qui dislocata, con il materiale prodotto da una vicina fornace ... già attiva in epoca romana. La testimonianza a favore di questa opinione sarebbe stata individuata su una tegola di epoca romana, murata all’esterno della chiesa, riportante due incisioni: “M D N” (che dovrebbe significare “Maria Dominae Nostrae”) e “M C X” (che starebbe a indicare l’anno della consacrazione, 1110 appunto). La pieve di S. Maria fu comunque la prima chiesa parrocchiale di Cavriana.









Nel XIV secolo, forse per volere di un facoltoso signore locale, si provvedeva ad arricchire la chiesa di nuove strutture architettoniche, come un nuovo portale e la statua della Madonna della Misericordia del 1332. Altri interventi di restauro venivano poi realizzati nei secoli ancora successivi (nel XVI secolo sistemazione delle finestre, rifacimento del portale ligneo e recinzione in muratura dell’area cimiteriale). Nel XVII secolo (1676), la pieve perdeva le sue prerogative di chiesa battesimale a favore della nuova parrocchiale, denominata S. Maria Nova in Castello. Sempre in questo periodo, probabilmente a seguito delle nuovi mansioni religiose stabilite per l’edificio (era diventata chiesa conventuale aggregata alla compagnia della S.S. Crocifissione) si iniziavano i lavori per il rifacimento dell’area absidale.
Verso la metà del XVIII secolo furono intrapresi dei lavori per la costruzione del coro. Vennero pure aggiunte due cappelle laterali. In quella stessa occasione veniva rifatto il portale e demolita la zona absidale.









Il campanile di questa antica pieve sarebbe opera del XIV secolo, contemporaneo alla realizzazione dell’attuale portale occidentale (1332). e alla scultura marmorea della Madonna della Misericordia, ora collocata internamente al centro dell’abside maggiore. In epoca barocca (XVIII secolo) il campanile veniva nuovamente restaurato e riportato alle attuali forme negli anni 1953-55.












L’edificio, oggi visibile su tutti e quattro i lati, si presenta a pianta rettangolare terminata a est da tre absidi semicircolari con le due laterali di eguale dimensione e la centrale più grande mentre a ovest presenta un semplice tetto a doppio spiovente. Le coperture sono in coppi. Sullo spigolo sud-est si innalza entro il perimetro della chiesa il campanile, privo di aperture salvo per la cella campanaria che prende luce sui quattro lati da altrettante bifore sostenute, al centro, da una colonna composita in mattoni, sormontata da un capitello a gruccia in pietra bianca piuttosto sporgente dal livello delle murature. La terminazione superiore è formata da quattro pinnacoli angolari e alla sommità ha un cono rovesciato. Gli archi delle bifore hanno una cornice modanata.
I materiali impiegati in questo edificio sono di eguale tipologia su tutti e quattro i lati e sono costituiti per la maggior parte in laterizio di vario tipo: prevalgono mattoni di diversa dimensione, assemblati a fasce orizzontali, verticali o a spina di pesce, in disomogenea alternanza con frammenti di coppi per lo più posti a spina di pesce (distinguibili per il leggero arrotondamento). Questi laterizi variano notevolmente nel tipo di arenaria impiegato; ve ne sono di color rosso sangue, altri più rosati e altri ancora che assumono varie tonalità di ocra, fino al giallognolo.






CERESARA 
SANTUARIO DELLA MADONNA DELLA POSSENTA

L’Oratorio della Madonna della Possenta almeno quattro secoli fa era già degno di speciale menzione ed il culto alla Vergine era tale da esigere la presenza di un Sacerdote che vi fungesse da Rettore. Possiamo quindi asserire che, molto tempo prima, l’Oratorio attirava folle di devoti per implorarvi lo speciale patrocinio di Maria.
 

La leggenda del pozzo

Si narra che “in tempi remoti alcuni malandrini infestavano la campagna. Si introdussero di notte nell’umile chiesa della Possenta per far bottino dell’oro e dei gioielli che ornavano in abbondanza l’immagine della Madonna. Ma alcune collane s’impigliarono nel braccio della statua. I malandrini allora, spezzatolo, lo gettarono nell’asciutto pozzo vicino. Al tocco del braccio benedetto, dal fondo arido, scaturiva una sorgente di acqua limpida e fresca come polla alpina.
E da allora, per istintiva tradizione popolare quell’acqua veniva bevuta con fede per invocare guarigione dai mali fisici anche i più gravi ed ostinati, e come incoraggiamento e conforto degli spiriti deboli. A quell'acqua ricorrevano anche le mamme che invocavano dalla Madonna di poter assicurare l'allattamento delle loro creature". Si trova anche nella tradizione scritta questa accoglienza delle "mammine giovani":



"Voi, mammine giovani e mamme fatte esperte ma ancor trepidanti, avete trovato l’ancora della vostra speranza…… ricorrete con fede alla Madonna della Possenta, recatevi da Lei, pregate, implorate, dissetatevi con l’acqua sua benedetta e non sarà invano….. e allora? Oh, allora! Gioiose e felici “in dolce atto d’amore” stretto al seno il figlio vostro fatto robusto e sano perché nutrito da voi, dalla stessa vostra carne, dimentiche delle ansie e delle rinunce che la maternità, ben intesa, richiede, infinitamente riconoscenti, schiuderete cuore e labbra, per l’alta, fervente parola: Ave Maria! Di Grazia piena!".
















Oratorio e Simulacro

Nessun documento storico dà con chiarezza l’atto di nascita dell’"Oratorio della Possenta". Risulta inceve molto bene che la devozione alla Vergine era largamente sentita e praticata in Ceresara prima del secolo XV, specialmente per merito dei Servi di Maria che vi tenevano il fiorente Convento ove entrò giovinetto il Beato Angelo Macrini.
Il più antico documento che ci ricorda l’Oratorio della Possenta si trova nella prima Visita Pastorale compiuta alla Diocesi di Mantova dal Vicario Generale Mons. Francesco Marno, Delegato dal Card. Ercole Gonzaga, il giorno 9 ottobre 1544.
A quell’epoca dunque la chiesa esisteva ed aveva il suo Rettore.
Altre notizie sulla probabile epoca di erezione dell’edificio si desumono dalle linee architettoniche.
L’interno rivela due corpi di fabbricato nettamente distinti e diversi: il presbiterio con arco leggermente acuto e la navata con arco a botte. Il presbiterio con archi ogivali quasi tondi ci riporta nella prima metà del secolo XV e precisamente verso il 1430, mentre la navata e la relativa facciata barocca ci attardano di tre secoli.

La facciata di stile barocco non lascia dubbio sull’epoca settecentesca della costruzione. Tinteggiata nel 1936, fu munita di un affresco centrale – l’Annunciazione del B. Angelico – a tinte piuttosto forti e paesane.
La parte più interessante - dal lato artistico – è la più antica: l’attuale presbiterio.
A pianta quadrata, la volta poggia su forti pilastri aiutata diagonalmente da archi ogivali ricongiunti nel centro dal monogramma gotico di Gesù circondato da una cornice tortile. Le vele e le pareti no risultano affrescate.
Addossato alla parete centrale è l’Altare in cotto sormontato da due gradini e da un’ancona a due lesene con trabeazione e timpano. Nel centro, in una nicchia a tutto sesto, poggiata su duplice piedistallo, la statua della Vergine.

La Madonna sorregge sulle ginocchia il Bimbo che stringe nella sinistra un uccellino.
Non è inutile descrivere la varietà dei colori onde era dipinta prima dei molteplici restauri. Il manto in blu scuro, la veste in rosso mattone, i capelli color dell’abito e la veste del manto, listati da una duplice linea di simpatica porporina! Questo alla superficie.
Ma nel corso dei secoli quanti pennelli con la buona volontà di renderla migliore peggiorarono e linee originali addossandovi strati densi di colore.


Il nuovo altare

Quello vecchio, in gesso e calce, d’architettura rozza,non presentava segno di nobiltà alcuna, sia nelle parti che nell’insieme. Era di quelli che fanno, tutt’ora, indecorosa mostra, in t’alunne delle nostre chiese rurali, oratori e parrocchiali, e che parlano attraverso la vicenda dei tempi più di ristrettezze economiche che di negligenze di spiriti.
Due giovani sacerdoti, il dott. Don PioPottenghi, Rettore del Santuario e don Luigi Bosio, Parroco di Ceresara, idearono di innalzarne uno nuovo, in marmo e artistico, confidando nella generosità di queste popolazioni educate alla fede religiosa e devote alla "Vergine Potente"; o "Vergine Possente" e, alla fine, la "Possenta".

Del nuovo altare, si trova la seguente descrizione : "la predella in rosa corallo, i riquadri del paliotto e dei fianchi, sagomati e incassati di verde Foresta, il tabernacolo, le colonne erette sui gradini della Mensa ai lati della nicchia dove riposa la venerata Immagine, i capitelli, l’architrave e il frontone che, in lato, fanno compimento, rappresentano un complesso architettonico di classico aspetto, armonioso nella compostezza delle linee e nell’equilibrio delle masse. I marmi policromi fanno leggiadramente salire le loro note moderate e raccolte sulla pallida e pur calda tinta del botticino pergamenato, che va a costituire la fondamentale struttura di tutte le parti.
Aggiungeremo che gli angioli, dal Venturini steso scolpiti in bianco statutario, disposti in corona all’arco della nicchia e la porticina del Tabernacolo formano due particolari meritevoli di più diligente attenzione.
La porticina è lavoro dello stesso don Luigi Bosio: egli, con passione e finezza d’arte, è riuscito a raffigurare sulla faccia esterna, in bassissimo rilievo, un Cristo, reggente il calice contro il petto, dal volto e dall’atteggiamento soffusi di alto misticismo.
Ai lati (destro e sinistro) si leggono iscrizioni latine che tradotte dicono: 

- (1) sostieni, fra tanti affanni , i trepidi cuori, dei fratelli, o Madre, frena le folli ire, tutti riconduci alla desiderata pace di Cristo.
- (2) in onore della Vergine Potente Domenico Menna, Vescovo di Mantova, lo consacrò il 24 marzo dell’anno del Signore 1941.

(cfr. “numero unico” opuscolo “La Madonna della Possenta”, marzo del 1941).







CASALMORO CHIESA DELLA PRESENTAZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA AL TEMPIO DETTA DEL DOSSO









Il nome di Casalmoro è strettamente legato al Santuario della Madonna del Dosso (la costruzione attualmente visibile è del XVIII secolo) anche per l’intreccio di leggende e forme di devozione popolare sviluppatesi attorno alla piccola chiesa che sorge ai margini occidentali dell’abitato, sulla sommità di un’altura artificiale. Nessun documento precisa l’anno in cui fu collocata la prima pietra (nell’archivio della parrocchia una relazione sui luoghi di culto del paese, del 674, menziona già la chiesa della Madonna del Dosso), né si può conoscere con precisione quel che era l’antico aspetto del santuario in quanto quello attuale è il risultato di una ricostruzione iniziata nel 1780, come attesta un’iscrizione nella sagrestia. Al termine di un’ampia scalinata, la chiesa colpisce per le belle proporzioni del gusto neoclassico del tardo Settecento lombardo. La facciata, preceduta da un portico a tre arcate, è scandita da quattro grandi lesene e culmina in un timpano triangolare. Nell’interno, dove si trova il menzionato sarcofago romano della famiglia Aurelia, prevale invece la ricchezza barocca: colore dominante è il bianco luminoso e le colonne fortemente sporgenti a fasce o isolate, movimentano il disegno dell’unica navata. Il quadro della Beata Vergine del Dosso, del 600, si trova sul presbiterio: le fattezze della Vergine sono tratte dalla Madonna con il Figlio riposta nella nicchia absidale. Meta devozionale (durante la festività del 21 Novembre) il santuario è inserito nel percorso giubilare della provincia di Mantova.





FONTANELLA GRAZIOLI CASALROMANO 
SANTUARIO DELLA MALONGOLA


La frazione di Fontanella Grazioli del comune di Casalromano ospita un luogo di culto di estremo interesse storico e religioso: il santuario della Beata Vergine della Malongola.

La parte più antica del santuario, l'attuale abside, è stata costruita verso il 1200 dove è stato collocato il dipinto su legno raffigurante una Madonna con bambino di chiare origini bizantine.





Secondo la tradizione popolare che ha dato vita al culto mariano nella zona, durante il medioevo un contadino stava ritornando dal lavoro dei campi e si accingeva a guadare un corso d'acqua (la Malongola) quando dalla melma affiora il quadro della Vergine. Proprio nel luogo esatto dove è stato ritrovata l'mmagine sacra gli abitanti di Fontanella hanno deciso di costruire un santuario che con il passare dei secoli ha assunto notevole importanza religiosa.
Durante la tristemente famosa peste manzoniana del 1630 la Malongola venne adibita a Lazzaretto e le sue belle pareti affrescate vennero ricoperte di intonaco che nascose e in parte rovinò le preziose pitture.

Nel 1816 il santuario divenne nuovamente lazzaretto a causa di una nuova pestilenza ma è nel 1822 che la gente del luogo invoca l'intercessione della Madonna per porre fine ad un lungo periodo di siccità e carestia. Dopo la processione con il quadro della Malongola cadde una pioggia abbondante e successivamente il santuario divenne meta di pellegrini che chiedevano alla Vergine di prevenire mali e disgrazie. Oggi il santuario è stato completamente restaurato e si presenta con un'unica navata con soffitto a quattro capriate.



 


Sulle pareti si possono ammirare affreschi cinquecenteschi tra i quali spicca una madonna in trono che regge sulle ginocchia il Bambino.

Un altro affresco rappresenta la natività con san Giuseppe e Maria inginocchiati in segno di devozione e in lontananza un albero singolare (probabilmente il "mazzo" la pianta che, ogni prima domenica di maggio in occasione della festa della Madonna della Malongola, viene offerta alla Vergine e innalzata sul sagrato della chiesa).
Altri affreschi ben conservati si possono notare sopra la porta che conduce al campanile e nell'abisde: la deposizione e Cristo in Croce. Soprattutto l'abside è ricca di dipinti datati 1392 di rara bellezza artistica con una madonna in trono, santi e un Cristo Glorioso di ispirazione bizantina. Il santuario della Malongola è stato inserito tra i luoghi di culto mariani da visitare in occasione del Giubileo del 2000.




       




         










BARBASSOLO DI RONCOFERRARO SANTUARIO DEI SANTI COSMA E DAMIANO O DELLA SALUTE






tabernacolo gotico




 

La chiesa parrocchiale di Barbassolo ha antiche origini; studi recenti la fanno risalire a poco dopo il Mille. Nel tempo ha subito interventi di vario genere e ampliamenti, ad esempio il presbiterio è stato ampliato nel '700, ma erano state aggiunte pure nicchie che in seguito sono state tolte. Negli ultimi anni sono stati eseguiti numerosi lavori per riportarla al suo stile originale e per consolidarne la struttura. Ora si presenta raccolta, semplice e di richiamo per molti.

Una nota particolare merita la pala dell'altare, un quadro del '700 di buona fattura che potrebbe racchiudere un po' di storia della parrocchia. Questa pala rappresenta infatti la Madonna del Carmine con due santi carmelitani e i due santi patroni della parrocchia, Cosma e Damiano. Questo accostamento, e la tradizione che vuole la festa della Madonna del Carmine come sagra della frazione, hanno fatto pensare che per un certo tempo ci sia stata la presenza di una piccola comunità di carmelitani, che avrebbero introdotta la devozione alla Madonna del Carmine, pur lasciando patroni i Ss. Cosma e Damiano, medici martiri e protettori di medici, farmacisti e di quanti operano nella sanità. Isolata in una conca appartata del paese, è di forte suggestione nelle sue murature romaniche. Nel paramento di facciata emergono due anfore romane; in genere è percepibile la muratura a secco, colma di calce mista a embrici e anfore romane, perché il corso dei mattoni è spesso interrotto dallo sporgere informe di talune parti. Il campanile, di poco posteriore alla chiesetta, ha la cella campanaria chiaramente più tarda. Due pilastri angolari in cotto riquadrano la facciata con finestrella cruciforme e sottostante bifora; forse esisteva anche un protiro. I paramenti murali laterali sono coronati da archetti pensili, alternati a paraste e sormontati da cornici a dentelli più tarde. L'interno riceve luce da sei monofore (due sono originali). La navata unica con copertura a capriate, nella quale è inserito un ornatissimo tabernacolo tardogotico, si apre su un presbiterio a volta ribassata e a chiusura rettangolare, databile al secolo XVI, con cornice e paraste. Nella muratura a vista si distinguono quattro riquadri affrescati sulla parete di fondo che presentano i quattro evangelisti, a mezzo busto: possono essere datati alla fine del secolo XVI. Al centro una tempera di stile mantegnesco presenta la Madonna col Bambino e i Santi Cosma e Damiano, con i carmelitani Alberto e Angelo. Sulla parete sinistra del presbiterio una tela con la figura della Beata Osanna è di ignota fattura, datata 1749.

Negli ultimi anni, il Vescovo Egidio Caporello ha riconosciuto la chiesa e le sue tradizioni popolari dichiarandola "Santuario Diocesano", particolarmente caro a medici, farmacisti e più ampiamente al mondo della sanità e di quanti si dedicano alla pastorale sanitaria, che venerano i protettori Santi Cosma e Damiano e presso il Santuario promuovono spesso giornate e convegni di studio e preghiera. 

Il Santuario dei Santi Cosma e Damiano è noto anche come "Santuario dei 2 pozzi": un primo pozzo sostiene infatti la mensa dell'altare, un secondo pozzo nel Sagrato offre invito a relazioni umane. Si chiamano rispettivamente "Pozzo dell'Amore" e "Pozzo dell'Amicizia". Il Sagrato si distende in un uliveto rialzato su piccolo e dolce dosso. 

Il Santuario è dotato di sala convegni. 








 


OSTIGLIA
BEATA VERGINE MARIA DELLA COMUNA

Il santuario della Comuna si raggiunge lasciando la statale dell'Abetone-Brennero poco a nord di Ostiglia e percorrendo, per qualche chilometro, una strada pensile che attraversa una campagna un tempo paludosa ed ora assai fertile. Attualmente è retto da una comunità dei "Fratelli di San Francesco", ed è meta quotidiana di pellegrinaggi comunitari e personali. 

Fino al 1784, come l'intera parrocchia di Ostiglia, il santuario era soggetto al vescovo di Verona, che vi effettuava periodiche visite: l'allargamento dei confini del territorio gonzaghesco fino al corso del Tartaro, nel momento di trapasso dalla signoria degli Scaligeri al dominio della Serenissima, non fu, infatti, accompagnato da analoga modificazione dei limiti della diocesi. Il santuario fece quindi per secoli da centro di coagulo della devozione popolare sia per le genti della bassa pianura veronese sia per i paesi attigui del Mantovano e del Rodigino, ed ancor oggi svolge questa funzione.

Prima di essere interamente ricostruito nelle forme che oggi ammiriamo, esso era designato con la denominazione di "Oratorio della Beata Vergine del Cason". Alle sue origini troviamo, come per molti altri santuari, un'apparizione. La tradizione racconta, infatti, che ad una pastorella, muta dalla nascita, si manifestò, sospesa in una nuvola di luce sopra un salice, la Madonna, che le donò la parola ed espresse la volontà di essere venerata in quel luogo. I numerosi prodigi che seguirono l'apparizione fecero sì che venisse qui costruito un luogo di culto. I resti di un affresco di modesta fattura, ancora visibile sulla lunetta dell'antica porta e raffigurante San Martino che dona il proprio mantello al povero, nonché una Madonna fra i santi Antonio e Lucia, opera strappata dalla parete interna e ora collocata nel presbiterio, rimandano appunto alla prima costruzione.

Su quest’edificio, ormai inadeguato rispetto all'importanza assunta dal santuario come luogo di devozione mariana, s’intervenne nella prima metà del XVI secolo, per costruirne uno nuovo nelle eleganti forme che si possono ancora vedere.

Nel 1533, come riferisce il Caiola nel suo Ostiglia nella storia, dopo aver ottenuto I'assenso del vescovo di Verona, Gian Matteo Giberti, si diede inizio ai lavori, che furono conclusi senza difficoltà.

La stessa intitolazione del santuario da allora mutò in "Madonna della Comuna", perché soggetto al comune, che intervenne cospicuamente nelle spese assieme a molti anonimi devoti. Tutto avvenne inoltre a protezione di Federico Il Gonzaga il cui nome appare inciso in lingua latina – ma forse si tratta di un’iscrizione non coeva – sullo stipite sinistro del portale d'ingresso: ("Anno 1533, sotto il governo di Federico Il Gonzaga, marchese di Mantova e primo duca, consacrato a S. M. Vergine").

Se la tradizione che vuole Giulio Romano estensore del progetto da un lato risulta inaccettabile e non suffragata da alcun indizio documentario, dall'altro ci testimonia che la costruzione non è priva, soprattutto nella struttura interna, di una sua dignità architettonica, alla quale il trascorrere del tempo non ha portato sostanziali modifiche.

La facciata è suddivisa, nella parte inferiore, da paraste con capitelli dorici che inquadrano le tre porte e le due finestre e reggono un’elegante trabeazione. La protegge un porticato, rifatto nel 1826, ma che probabilmente costituisce un'aggiunta all'originaria costruzione. L'interno è diviso in tre navate da due serie d’archi a tutto sesto sostenuti da pilastri in pietra. Sopra di essi s’innalzano le pareti della navata centrale, ripartita da paraste che separano le pseudofinestre timpanate. Conclude il tutto un soffitto a cassettoni in legno, decorato con girali e rosoni.

Il tratto presbiterale è separato dalla zona plebana da tre archi che costituiscono il naturale raccordo con quelli delle navate. Al suo interno, sopra l'altare maggiore, sta la miracolosa immagine riprodotta in tante stampe e statuine devozionali: la Madonna in trono con le prerogative regali - la corona e lo scettro - ed il Bambino che regge nella sinistra il globo terrestre. Stando alla tradizione sarebbe stata ricavata dal legno dell'albero sopra il quale la Vergine apparve alla pastorella.

La affiancano le statue in pietra di san Zeno, protettore di Verona, e di Sant'Anselmo, vescovo di Mantova, a testimonianza di quanto si è detto circa il convergere sul santuario degli interessi di ambedue le province. Sono entrambe opere dello scultore veronese Michelangelo Speranza, apprezzato allievo di Domenico Aglio. Da qualche officina veronese è uscito pure l'altare - opera per altro di normale artigianato - come si desume chiaramente dalla foggia e dai marmi impiegati.

La singolare devozione alla Madonna della Comuna trova conferma in alcuni ex-voto (certamente una parte esigua rispetto ai molti pro- dotti nel tempo) e nelle relazioni delle visite pastorali. Alla sua protezione si rivolgevano non solo i pellegrini provenienti dalle diverse località, ma anche la comunità di Ostiglia nei momenti calamitosi, e in special modo in occasione delle piene del vicino Po.

La cronaca ci ha tramandato che nel 1616, quando, per le ininterrotte piogge, questo fiume minacciava di travolgere gli argini ed inondare il paese, una processione di seimila persone, guidata dal clero e dai reggenti del Comune, si recò a supplicare la Madonna, ed una sua immagine fu collocata in una cappella eretta di fronte al Po. Tanto bastò per far cessare le piogge e far tornare il sereno nel cielo e dentro gli animi trepidanti dei fedeli.

Di una solenne processione che si teneva ogni venticinque anni e, partendo dal santuario, giungeva alla chiesa parrocchiale, con percorso di oltre tre miglia, riferisce don Pietro Garzotti, arciprete abate di Isola della Scala e cultore di storia.


Come accadeva e accade spesso, la cerimonia religiosa diventava anche festa popolare, e ad accompagnare la processione intervenivano le bande musicali dei paesi più vicini.

La gratitudine di quanti consideravano esaudite le loro suppliche trovava tangibile espressione poi in ex-voto
di diversa fattura: cuori in lamina d’argento, quadretti di tela ricamata con fiori e la sigla P.G.R. (Per Grazia Ricevuta), ingenui dipinti su tavola che descrivono con essenzialità e secondo un linguaggio convenzionale la vicenda miracolosa.






































Di ex-voto di quest'ultima categoria, che ovviamente risultano i più interessanti, sono sopravvissuti poco più di una decina di esemplari, appesi alle pareti del presbiterio fino a qualche anno fa ed ora custoditi altrove. In basso viene visualizzato l'episodio (la caduta da una scala, un incidente sul lavoro, l'incontro con dei briganti e sopra appare l'immagine della Madonna, talora affiancata da altre figure sacre legate a cuIti di vasta diffusione, quali Sant'Antonio e San Vincenzo Ferrer.


"L’illustrazione figurativa - scrive A. Ghirardi che di recente si è soffermata ad analizzare queste testimonianze di pietà popolare -riferita alle fogge dell'abbigliamento, agli arnesi agricoli, alle abitazioni rurali, tanto nel loro aspetto esterno che nell'arredo interno, conferisce alle tavolette votive un notevole interesse etnografico come fonte di puntuali, rare informazioni sulla vita, sui mestieri, sulle usanze della classe contadina".

Accanto a queste testimonianze ve n'è un'altra, su tela, che in ragione della committenza e dell’autore potremmo definire di estrazione colta. Si tratta di un dipinto fatto eseguire dall'ostigliese Girolamo Galvagnini (1688-1748) guarito da una forma di tubercolosi che colpisce le ghiandole linfatiche.

Oggi la tradizione degli ex voto è sostanzialmente cessata, ma non la devozione alla Madonna della Comuna. Tanto più da quando - a ventina di anni fa - il santuario è diventato sede di una comunità di Francescani che ne hanno vivificato la forza di attrazione.

















GIOVANNI PAOLO II
PREGHIERA DELL'ANGELUS DALLA TORRE DELL'OROLOGIO
MANTOVA 23 GIUGNO 1991

Maria, Vergine Madre di Dio, mai nessuno è ricorso invano al Tuo aiuto! Lo testimoniano i segni del Tuo provvidenziale intervento nel popolo cristiano. Parla di Te la pietà popolare così radicata e forte anche qui a Mantova, dove, secondo un'antica tradizione, sarebbe nata la pratica del "Mese di Maggio". Lo provano i Santuari, le Chiese e le Cappelle che in queste contrade sono state innalzate numerose in Tuo onore.

Tra questi eloquenti monumenti di una secolare devozione si distinguono la Cappella della Beata Vergine Incoronata nella Cattedrale di Mantova; il Santuario della Beata Vergine delle Grazie; e quello della Madonna della Comuna, presso Ostiglia. E nell'ambito della Diocesi, i Santuari della Madonna della Pieve, presso Cavriana; della Madonna del Dosso, presso Casalmoro; della Madonna della Possenta, presso Ceresara; della Madonna della Malongola, presso Casalromano.

Parla di Maria anche il "Palazzo della Ragione" con questa antica Torre dell'Orologio, in cui è collocata la statua dell'Immacolata. E' proprio da qui che mi rivolgo a voi. Allargando lo sguardo da questa storica Piazza delle Erbe all'intera città, il pensiero si rivolge a tutti voi, cittadini di Mantova e della Diocesi mantovana, per ricordarvi che la vostra quotidiana esistenza è accompagnata e segnata dalla protezione della Madre di Dio. Maria veglia sulle vostre famiglie, sulle vostre occupazioni. Veglia su coloro che ogni giorno convengono in questa piazza anche dal contado per le loro attività lavorative e commerciali.

Maria benedica soprattutto chi soffre! Penso agli ospedali, agli Istituti Geriatrici, alla Casa Circondariale ed alle molteplici istituzioni assistenziali della vostra Città e provincia.

Estendo questi stessi sentimenti di solidarietà alle famiglie provate da qualsiasi forma di sofferenza. Ricordo, tra l'altro, quanti giungono per migrazione forzata da altri Paesi in questa terra mantovana e proprio in questa piana.

Invito tutti a rivolgere fiduciosi gli occhi verso Maria, la quale non cessa di mostrarsi Madre "in questi anni difficili per la Chiesa, per ciscuno di noi e per l'intera umanità" (Atto di affidamento a Maria, Fatima 13 Maggio 1991).


SANTUARIO BEATA VERGINE MARIA DELLE GRAZIE - C.F. 80006530200