Il Presbiterio

Il presbiterio mostra ai nostri giorni una veste composita. Se la struttura è ancora quella più antica, con abside poligonale, l’aspetto interno mostra gli esiti della ristrutturazione voluta al tempo di Giulio Romano, della sistemazione voluta da Maria Gonzaga nel Seicento e della debarocchizzazione operata con il restauro effettuato nel 1928.

Ora le pareti appaiono spoglie, ma sono state interamente affrescate nel Cinquecento (ne sopravvivono alcuni brani che lasciano intuire almeno una scena, la Stimmatizzazione di San Francesco). Più in alto un fregio con girali vegetali e putti, mentre la volta è suddivisa in scomparti geometrici tracciati con finte cornici. Nel catino absidale spiccano cinque lunette a unghie, di cui quattro sono affrescate con effigi di personaggi dell’Antico Testamento, mentre in quella centrale è raffigurato il Padre Eterno che incorona la Madonna.

Il tempietto marmoreo era ben più avanzato; la collocazione attuale si deve ai restauri novecenteschi grazie ai quali fu posta al suo interno (1932) anche l’immagine della Mater Gratiae. La struttura fu commissionata nel 1646 dalla principessa Maria Gonzaga, allora reggente del ducato per conto del figlio minorenne, in esecuzione del testamento di Ercole Gonzaga di Guastalla; è un’elaborata struttura architettonica a pianta centrale, rivestita di marmi policromi e adorna di piccole sculture tra cui spiccano due angeli e, alla sommità, l’immagine dell’Assunta.

Alla base del tempietto è l’antico altare, risistemato dopo i danni provocati da un uragano del 1733, caratterizzato dal paliotto magnificamente intarsiato in marmo, a creare motivi vegetali intorno all’ostensorio, mentre ai lati, inquadrate da colonnette, sono le figure dell’evangelista Giovanni e di San Francesco. Al di sotto è la cripta, voltata e decorata con figure di santi e scene sacre. Nell’abside, caratterizzata da un coro ligneo a doppio giro, di ben 50 stalli, è stata finalmente ricollocata, dopo un importante intervento di restauro, la pala dell’Assunta (per decenni incomprensibilmente sistemata nella Sagrestia Vecchia), con alla base i ritratti di Ferrante Gonzaga e della moglie Isabella di Capua, che commissionarono la risistemazione dello spazio. L’opera, per la quale esiste al Louvre un disegno preparatorio di Giulio Romano, è stata eseguita dalla bottega del maestro.

L’icona della Mater Gratiae che secondo una tradizione si vuole dipinta da San Luca, in realtà è una straordinaria opera d’arte risalente alla fine del Trecento. Dipinta su un’imponente tavola lignea, rivela, anche nel pregio pittorico, una committenza raffinata, che si può ricondurre a Francesco I Gonzaga, cui si deve anche la renovatio dell’intero tempio. Il restauro operato nel 2007 ha permesso il recupero, al di sotto di strati pittorici recenti e incongrui, un’immagine più antica consona all’iconografia tradizionale ma di superiore raffinatezza. Non solo: le analisi non invasive hanno consentito di ricostruire l’antica immagine, quella trecentesca, valorizzata da un cielo di stelle dorate poste in rilievo, e da un andamento non lontano dagli esiti di Tommaso da Modena.

Iconograficamente è una Madonna Theotokos, ovvero “Madre di Dio”, nella variante eleùsa, cioè “della tenerezza”. Maria, infatti, appare nel suo maggiore titolo di gloria, cioè come colei che ha generato il Figlio di Dio, con il quale intrattiene un rapporto di tenero affetto: un rapporto che si estende a tutti i fratelli del suo Figlio, e quindi è un’immagine adatta a ispirare fiducia in coloro che ricorrono a lei. Non a caso nella parte superiore della tavola compare una scritta che definisce la Vergine “Madre di grazia, Madre di misericordia”.

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